Ci volevano i Doors

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Ci volevano i Doors. In quel momento ci voleva Indian summer dei Doors. L’unica cosa che riuscivo a pensare in quei 40 gradi di lacrime del cimitero mentre la bara scendeva e la terra ricopriva era che ci volevano i Doors. Ci volevano le sonorità fluide e mutanti di Indian summer, la visione e il sentimento di quelle foglie incendiate di rosso e marrone: un attimo breve, ipnotico, indelebile, tra la nebbia che si alza e la neve che cade. Leggi tutto… Ci voleva la bellezza di un’estate indiana perché in quel momento bisognava credere, bisognava cominciare a credere, bisognava tornare a credere. Bisognava sentirsi foglia, albero e cane, e cervo, e ninfa e Atteone. Bisognava tuffarsi senza paura nel catino limpido dell’acqua o dell’oro, ignorando la melma viscida e opaca che sempre si addensa in fondo allo stagno. E poi correre, cambiare, trasmutare, assecondare il ritmo delle stagioni e dei giorni, non guardare negli occhi il terrore che sempre si rapprende intorno a una catastrofe che è già accaduta, non lasciarsi pietrificare dalla vita che scorre, da qualche altra parte, sempre uguale a se stessa, monotono ritornello di una inscalfibile persistenza, di una ottusa continuità. Là fuori. Pag. 375.

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