sinossi

Però un paese ci vuole” parla di un paese, naturalmente. Un paese della bassa parmense annegato, per trecento giorni all’anno, nella nebbia. Quella che rende così indecifrabili le cose e i ricordi e così buono il culatello.

Siamo nell’estate del 1989, una soglia, un altro ’89, e Francesca, torna dopo molti anni a Fontanellato. Ritrova un paese immobile, scopre un paese cambiato. Ritrova soprattutto gli anni sessanta : le canzoni, i libri, il cinema, la politica, gli amori. E quella “un poco ottusa contentezza” che ha dominato un’intera epoca. Riaffiora il romanzo e la colonna sonora di una generazione, emergono le crepe e gli inciampi della memoria. E si fa strada prepotente, tra le abitudini ritrovate, una domanda : perché Francesca è tornata?

La risposta è forse racchiusa in quella valigia rossa che custodisce delle buste. Trentadue buste gialle vuote che Francesca ha ricevuto negli ultimi mesi. L’ultima, arriva da Fontanellato.
Chi le ha inviate e perché? E, soprattutto, di che cosa ci parla una busta gialla vuota?

Scorrono i riti di paese, giorni vuoti fatti solo di un interminabile trascinarsi di parole e passi intorno al castello e al suo fossato. Un tempo immobile che neppure la concitazione delle sagre riesce a scalfire. Si rinnovano antichi amori, se ne affacciano, imprevedibili, dei nuovi. Rimane un groviglio la relazione tra Francesca e sua madre. E tutto, sempre, sotto lo sguardo invadente e protettivo della piazza. Una grande piazza dominata da un castello incombente nella cui torre laterale è racchiusa “la camera ottica”. Gli antichi proprietari del castello lo definivano come “ un congegno per controllare e spiare senza essere visti”. Ma fin dove può spingersi il potere di quel congegno?

“Bisogna andarsene, però un paese ci vuole”, afferma uno dei personaggi. E forse non sta parlando solo di Fontanellato, ma di ogni paese, di ogni piazza, di ogni sguardo dell’altro. Quello stesso sguardo che, sottraendoci all’insignificanza, “ ci condanna a esistere”.

E’ possibile scaricare un estratto del libro -> clicca qui

Comments (1)

  • Pasquale Dieni

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    Bella l’idea del paese…Ce lo aveva già insegnato Cesare Pavese nella Luna e i falò…(1950)

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